IL DILEMMA DELL’ICEBERG

Quante volte, di fronte ad una strategia di trading, o di fronte ad un trader che espone i suoi risultati, oppure un trading system automatico, si pone la semplice, banalissima e ovvia domanda: “ma quanto guadagna?”. Peccato che la domanda sia fondamentalmente mal posta, perché non importa il QUANTO si guadagna, ma il COME. E’ un po’ come osservare la punta di un iceberg, senza conoscere minimamente l’entità della massa che si nasconde sotto il pelo dell’acqua.

Vediamo con alcuni semplici esempi, come si giudica davvero una performance.

1. PROFITTO NETTO (e PERCENTUALE)
Logico, questa è la prima domanda, non può mancare. Ma è solo la punta dell’iceberg. Diciamo che se ho guadagnato 50€ sono pochi, 5000€ invece sono molti. Già che ci siamo inseriamo subito anche il profitto percentuale, perché fare +50€ su un conto da 1000€ e +5.00€ su un conto da 100.000€ sono la stessa performance, e quindi si equivalgono. Ma siamo sempre alla punta dell’iceberg, andiamo avanti.

2. TEMPO
Subito collegato al precedente, inseriamo il fattore tempo. Anche ammesso che nei due esempi di prima il profitto e il capitale abbiano la stessa relazione (cioè +5%), non è la stessa cosa se il risultato si raggiunge in un’ora, un mese o un anno. Nel primo caso sei un fenomeno soprannaturale, nel secondo sei un bravo trader, nel terzo sei un buon fondo comune.

3. PROFIT FACTOR
Somma delle perdite e somma dei profitti, poi il rapporto netto tra i due. Ma è lo stesso di prima, no? Profitti meno perdite mi fornisce il profitto netto, giusto? Sì ma qua ci interessa il rapporto. Per il momento restiamo nell’esempio dei +50€ su un conto da 1000€, e prendiamo dei casi estremi; potrei avere profitti totali per 550€ e perdite per -500€ (saldo +50€) oppure 1 profitto da +51€ e 1 perdita da -1€ (saldo ancora 50€). Questo già mi fa capire quanto sia imponente il volume sommerso: nel primo caso, è come fare 11 passi avanti e 10 indietro: alla fine sono avanzato di un passo, ma quanta fatica… Ma andiamo avanti.

4. PEAK TO VALLEY (MAX DRAWDOWN)
Anche nell’esempio del “gambero” che fa 11 passi avanti e 10 indietro, le cose possono presentarsi in maniera del tutto diversa. Ad esempio, potrei alternare in continuazione operazioni in profitto e in perdita da +50€ e -50€ e finire con l’ultima positiva. Oppure potrei fare prima tutte quelle positive (+550€, che vale un +50% sul mio conto) e poi rimangiarmele tutte con il successivo crollo di -500€. Oppure ancora potrei fare prima tutte quelle negative (-500€ che vale un segno -50% sul conto) e poi recuperare con il +550€. In entrambi i casi, ho subito un crollo verticale del 50%, un’oscillazione che non si raccomanda a nessun investitore. In termine tecnico, questo è un drawdown, calcolato dalla cima (peak) al fondo (valley).

5. OPEN DRAWDOWN
Questa è spesso sottovalutata, ma è un’ombra lunga che inghiotte tutto, come un buco nero. Facciamo un esempio. Potrei guadagnare 50$ con un trade short sull’oro (per semplicità mi esprimo in dollari) da 1250 a 1200 (una flessione -4% del prezzo). Tutto ok, giusto? Non esattamente. Va tutto bene se lo short si è sviluppato tra NOV e DIC 2012, lungo la recente discesa correttiva. Un po’ meno se vi dicessi che lo short 1250 risale al settembre 2010 (3 anni fa!!!) e che è rimasto aperto per 3 anni sopportando una salita fino a 1900 (cioè un rialzo di oltre il 50% sul rezzo, senza considerare la leva finanziaria…) per poi chiudersi dopo 36 mesi appena è rientrato sotto la linea di parità. Ovviamente questo esempio è un paradosso, perché molto prima di toccare i 1900$, quel conto sarebbe andato in margin call.

6. TEMPO A MERCATO
Nell’esempio precedente si introduce un altro aspetto che può sfuggire, cioè la durata dell’operazione. Potrei fare i miei +50€ sul conto da 1000€ in un mese, con due operazioni intraday da +25€ ciascuna, oppure con una singola operazione aperta il 1 e chiusa il 30. Voi quale scegliereste? Per una serie di motivi, la seconda proprio a causa della sua lunga durata è da sconsigliare. Ad esempio: costo del finanziamento, possibili swap, impegno continuo del margine, ma soprattutto…. il rischio del “cigno nero”. Più tempo stai a mercato, più rischi di farti trovare esposto il malaugurato giorno in cui dovesse abbattersi uno tsunami sui mercati finanziari.

7. NUMERO DI OPERAZIONI

Questo è l’aspetto che fa felice il broker. Più operazioni fai, più paghi, lo sappiamo. Anche considerando piani commissionali con commissioni regressive. E più brevi sono i movimenti di prezzo con cui vai a target, maggiore è l’incidenza percentuale del costo commissionale rispetto al P/L del singolo trade. Anche se lavori con i cfd e quindi non sei soggetto ad un costo fisso ma solo ad uno spread bid/ask, vale sempre la regola che se scalpi 4-5 pip per volta e ne paghi 2 al broker, non hai una grande prospettiva di crescita. Se invece ti prendi ogni tanto dei fuori campo da 100 pips, puoi anche permetterti di pagare 3 pips di spread su EURUSD.

8, 9, 10…
Ce ne sarebbero altre, ma non voglio dilungarmi troppo. Quelle che ho esposto qui sopra mi sembrano, a mio modesto parere, le questioni fondamentali.

Come vedete, chiedersi “QUANTO guadagna?” è un po’ come osservare un iceberg e misurare solo l’altezza della parte emerse, senza considerare tutto quello che c’è sotto il pelo dell’acqua, che risponde invece alla domanda “COME guadagna?” e che ci può permettere di distinguere un grosso affare da un serio pericolo e di non fare la fine del Titanic.

Buona riflessione domenicale a tutti🙂

3 pensieri su “IL DILEMMA DELL’ICEBERG

  1. Riccardo Riccardo ha detto:

    Perfettamente d’accordo.. infatti il problema che secondo me sta alla base di molti aspiranti trader è proprio la sottocapitalizzazione proprio perché seguendo un buon money management e partendo con cifre piuttosto basse alla lunga non si accontentano di quel 20% su 1000 € perché pensano che se fino ad oggi è andata bene perché non alzare un po il tiro ?
    Complimenti ancora per informazioni che condividi …
    Riccardo

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